(L’Adige – 2001) – Elegante e composto come i vini che da vent’anni costruisceingegnosamente e con lapassione di un grande maestrodel gusto, il marchese CarloGuerrieri Gonzaga – geniale autoredel Rosso San Leonardo, ilvino, annata 1997 e fino ad oraultima in commercio, che nellescorse settimane l’associazioneitaliana sommelier ha giudicatocome il miglior rosso dell’anno- si muove con l’aria e ilportamento distinti e quasi distaccatiche sono quelli dellanobiltà di antica tradizione cheancora oggi si forma nelle miglioriscuole e frequenta gli ambientipiù esclusivi d’Europa.Dettagli che non si possononon notare e annotare. Non fossealtro perché rinviano a quell’universoimmaginario su cuialla maggioranza di noi, ovviamentee diciamolo pure forseanche per fortuna, è concessosolo di fantasticare con un po’di naturale e bonaria invidia.Ma sono solo dettagli agiti conla leggerezza di chi non ha bisognodi farti pesare la sua posizionee il suo rango: tanto sicapisce tutto a prima vista e anchela minima sottolineatura sarebbesuperflua. E questo, lui,sembra saperlo bene.Da almeno vent’anni il marcheseCarlo trascorre la sua vitafra la Roma dei salotti e degliambienti influenti – importanticonsigli di amministrazionecompresi – dove, in un anticoe severo palazzo del centro,vive la sua famiglia e l’estremoTrentino meridionale -a Borghetto di Avio nel cuore diquei Campi Sarni dove la leggendaracconta che nel 579 d.c.la principessa bavarese Teodolindaavesse sposato il relongobardo Autari -, in quel pezzodi Trentino che si incrociamagicamente e miracolosamentecon il leone di S. Marcoe che nel 1982 ha dato i natalialla sua creatura: il rosso SanLeonardo. Ha sposato FedericaGallarati Scotti, antica nobiltàromano – lombarda, ha trefigli e tre nipoti. Il maschio, Anselmo,è un bel ragazzone di 24anni che ti fa intuire come dovesseessere stato il padre allasua età; lui si è appena laureatoin economia all’universitàamericana, ha fatto un po’ di gavettain Africa e ora è entrato alavorare in azienda con l’entusiasmoe il sorriso dei giovan:”Quello del vino è un mondo affascinante,sono atmosfere cheadoro e poi io ho sempre amatola terra, l’ambiente, gli animali”.Mentre prendiamo un caffènella penombra di un salottinodella maestosa villa ottocentescache dall’alto sorveglia la tenuta,gli chiedo come si trovi avivere qui, nella provincia fondae profonda come un pozzo,lui che arriva dagli ambientiesclusivi e patinati della capitale.Ai suoi piedi un vecchio emansueto labrador femminache sembra dormire e che dal’impressione di essere la mascottepiù coccolata della famiglia,in mano un pacco di magliettecolorate e ancora incelofanatedestinate ad una squadralocale di ciclismo giovanileche ha deciso di sponsorizzaree di promuovere: “Mi occupoanche di questo, sorrideparlandomi dei suoi ciclisti inerba, è un modo per rinsaldarei nostri legami con la comunitàdi Borghetto e poi, per il resto,qui in azienda si lavora sodo,dalle otto del mattino fino alleotto di sera. C’è poco tempo perpensare ad altro. Certo, nel finesettimana me ne vado via,torno a Roma e alle mie amicizie”.Va bene, si capisce che a unonato e vissuto in un ambientecosì remoto e così diverso rispettoalla vita quieta che scorrelenta sotto questo ombrosolembo prealpino che costeggial’Adige, forse manca qualcosa.Ma torniamo al marchese, all’inventoredel San Leonardo,uno dei bordolesi più prestigiosid’Italia e del mondo. E’ unsignore un po’ allampanato di64 anni – ma non si direbbe affatto- dal fisico asciuttissimo eancora quasi atletico, dalla errecosì arrotata che ogni parolati sembra una carezza di vellutoe dallo sguardo sveglio mavagamente e solo apparentementedistratto.Nel suo campo, quello vitivinicolo,è stato sempre, ed è ancoraoggi, un innovatore. Unostraordinario e rivoluzionarioarchitetto del vino e dei sapori.Del resto un altro grande bordoleseitaliano, il Sassicaia, portala sua firma.La storia d’amore, visti i risultatila si può ben chiamarecosì, fra il marchese GuerrieriGonzaga e i vini bordolesi, iniziaproprio con quel vino toscano,nella seconda metà deglianni sessanta. Allora era ungiovane enologo, appena uscitodall’università svizzera. Ilmarchese Incisa della Rocchettalo volle al suo fianco, inquel di Bolgheri, per progettarequello che poi diventerà, eresta ancora oggi, il bordoleseitaliano più famoso nel mondo.Una lezione e un’esperienza giovanilesenza le quali probabilmenteil Rosso San Leonardo,purtroppo per noi, non sarebbemai nato.Poco più di vent’anni fa, ilmarchese Carlo fa decise di riconvertirecompletamente l’aziendaagricola eredita dalla famiglia.Una tenuta che si estendeper trecento ettari, per lamaggior parte bosco che si inerpicasul costone della montagna,lungo la sponda sinistradell’Adige a fianco dell’autostradae della statale che collegaTrento a Verona, in un luogoconosciuto sin dall’antichità comeCampi Sarni, in quel di Borghettonel comune di Avio.Passandoci davanti balza subitoall’occhio la facciata di unacappella neoclassica, ricostruitasulle fondamenta di edificiodi culto romanico di cui restanoancora corpose tracce affrescate,per la verità scoperterecentemente e in maniera unpo’ fortunosa, nell’area absidale.A fianco una grande cancellatain ferro che lascia intravedereun lungo viale alberatoche ricorda vagamente certe residenzeliberty della Toscana eche si perde fra il tappeto pergolatodi Cabernet e Merlot.Ora, nella tenuta di San Leonardo,si respira quasi l’atmosferaincantata e suggestionantedei grandi chateaux francesi.La storia di questa tenuta- comunità (oggi vi lavorano 15persone tutto l’anno e molte diloro abitano ancora, come i lorononni, all’interno dell’azienda),è però diversa.A partire dal dodicesimo secolola tenuta di Campi Sarnientrò a far parte delle proprietàdel Principe Vescovo di Trentoche l’affidò in gestione all’ordinedei frati crociferi che vi gestivanouna sorta di ricovero -ospedale. Solo in secoli più recentifinì nelle mani dell’aristocrazialocale ed infine della nobilefamiglia de Gresti di Ala. Eall’inizio del secolo scorso, graziead un matrimonio, fu propriouna discendente di questafamiglia, Gemma nonna del marcheseCarlo, a portarla in doteai Guerrieri Gonzaga, nobile stirpeautoctona del mantovano.La storia di Gemma de Gresti,alense doc, meriterebbe anch’essadi essere raccontata peresteso. Nella cappella una lapidericorda e celebra le sue gesta.Ebbe un ruolo fondamentalee decisivo in quell’operazioneumanitaria che alla finedella prima guerra mondiale,consenti il ritorno in patria ditredicimila prigionieri italianidispersi nei gulag sovietici. Unastoria tanto avventurosa quantogenerosa, documentata e ricostruitaanche dalla storiografiatrentina.Fino agli anni settanta, la tenutadi San Leonardo, era un’aziendacome tante altre, davalavoro a contadini e a artigianiche per lo più abitavano insiemealle loro famiglie all’internodella cinta muraria: per secolinon era cambiato nulla. Vi siproduceva di tutto: dal vino agliortaggi, dal frumento al granturco.E tuttavia era un’aziendaormai fuori dal tempo, semmaiestrema testimonianza diuna civiltà contadina arcaica ein via di estinzione. Il marcheseCarlo, però, ebbe un’intuizioneformidabile: modernizzaretutto, dai macchinari agliedifici, e concentrare la produzioneesclusivamente sul vino;il sogno e l’ambizione, naturalmente,quelli di ripetere l’esperienzapreziosa del Sassicaiache qualche anno primaaveva contribuito a creare e arendere grande in tutto il mondo.La tenuta fu completamenteristrutturata, i vecchi vignetiche davano la tradizionale e popolarelambrusca a foglia tondafurono sostituiti con pergoledi cabernet ( franc e sauvignon)e merlot. All’interno dell’aziendafu realizzato anche unpiccolo ma prezioso museo dellaciviltà contadina che ogni annoviene ancora visitato da moltissimiappassionati di vino provenientida tutto il mondo.E recentemente si sono appenaconclusi i lavori di costruzionedi una nuova barricaiasotterranea in cui si avvertonoatmosfere intensamentebordolesi. L’intuizione diallora si rivelò perfetta. Avent’anni dalla prima bottigliamessa in commercio, il RossoSan Leonardo è diventato unmito dell’enologia italiana e internazionale:difficile trovaresul mercato una bottiglia a menodi 45 euro. Ne vengono messein commercio circa novantamila all’anno, l’ottanta per centodelle quali sono vendute all’estero,dagli Stati Uniti a Singapore.Grazie all’intuizione di allorae alla generosità dei Campi Sarni,il marchese Guerrieri ha saputoconiugare con equilibrioe sapienza tradizione e tecnologia,storia e modernità e inbreve tempo è riuscito a scalarele classifiche dell’eccellenzaenologica internazionale. Tantoper dire, la rivista americanaWineSpectator nel 2001 hainserito il San Leonardo fra i primidodici vini del mondo. E chei sommelier italiani quest’annolo abbiano preferito ai grandiSupertuscans, ai brunelli e aiblasonati piemontesi, è la certificazionedi un percorso e diun risultato di qualità che nessunopuò più ormai permettersidi mettere in discussione. Laformula del successo è quelladei bordolesi classici: 60% cabernetsauvignon, 30% cabernetfranc e 10% merlot. L’uva,che attualmente viene raccoltacon un sistema completamentemeccanizzato, è prodotta suventi ettari di vigneti quasi completamentecoltivati a gouyot;sistema che consente di ridurredrasticamente la resa (circa60 – 70 quintali per ettaro) e dipremiare la qualità; e dai qualisi ricavano ogni anno anche 50mila bottiglie di un eccezionalemerlot trentino.Oggi, a causa di una scelleratadecisione della commissionedi degustazione della cameradi commercio di Trento,sul mercato con la denominazioneMe rlot – IGT Vallagarina.Se poi un annata non ha lecaratteristiche giuste, il SanLeonardo non viene neppure vinificato:in vent’anni è accadutoquattro volte, l’ultima nel1998. Il bordolese del MarcheseCarlo Guerrieri Gonzaga,rosso davvero blending, nascedall’assemblaggio delle tre uvevinificate e invecchiate separatamente.Operazioni che richiedonotempi lunghi e manovreattentissime e rigorose:i primi mesi di maturazione sonoaffidati a grandi tini, poi sipassa alle botti di rovere di slavoniaper altri sei mesi e infinealle barrique francesi per altridue anni. Poi l’imbottigliamentoe ancora un periodo di riposonel vetro prima di esseremesso in commercio.Ne esce un vino che assomigliadavvero molto a quello deicugini francesi del bordeaux dovequesto taglio è stato inventato.Tanto che grazie alla suaeleganza e alla sua linearità vieneconsiderato dagli esperti ilpiù francese fra i bordolesi italiani;anche a dispetto dei toscaniche pur più strutturati econ più spalla non possono goderedelle eccezionali condizioniclimatiche e delle miracoloseescursioni termiche chesi registrano nella zona dei CampiSarni. Certo quella del MarcheseGonzaga, dopo vent’anni,può ben dirsi una scommessavinta su tutti i fronti. Invece,che cosa abbia lasciato alTrentino e alla cultura enologicatrentina, se non un granderitorno di immagine e già questonon è poco, è piuttosto difficileda dire.La sua lezione, almeno sullesponde dell’Adige, è rimastaquasi del tutto inascoltata. Adessere maliziosi, ma neppuretroppo, si potrebbe perfino direche, salvo pochissime eccezioni,è stata apertamente disattesae contrastata: il recentefallimento del progetto di zonizzazionedei Campi Sarni chesarebbe andato a tutto vantaggiodelle cantine e dei vignaiolidella zona e la brutta figuracon la quale la commissione didegustazione provinciale nel2001 ha bocciato il Merlot di SanLeonardo annata 1999 – vino alquale tutte le più prestigioseguide del settore hanno attribuitogiudizi assai prossimi altop -, ne sono la prova. Ma questoè tutto un altro discorso. Esoprattutto, questo, anche questo,è il Trentino. Il bordolesedi San Leonardo, invece, è un’altracosa. Tutta un’altra cosa.Bere per credere.La nuova cantina delle barriques La chiesetta di San Leonardol’Adige