Qualche giorno fa ho avuto la fortuna di essere fra i presenti alla degustazione dei vini prodotti con i vitigni resistenti provenienti da Friuli Venezia Giulia (Vivai Rauscedo  e Uni Udine ) e Trentino (Iasma).
Prima della degustazione e valutazione vera e propria l’agronomo Ermanno Morari ha fatto alcune considerazioni che voglio portare all’attenzione dei lettori.

Parole d’ordine: sostenibilità, resistenza, politica, agricoltura, nuovi incroci, produzione lorda vendibile, PiWi.

Agricoltura e politica. La politica agricola deve, a mio avviso, considerare come  idea di sviluppo l’adozione di pratiche  sempre più accettabili dal punto di vista della salute. Già qui molti storcono il naso, visto il clima. Poi va considerato l’aspetto economico: la coltivazione di vitigni meno sensibili alle fitopatie implica una riduzione dei costi fissi e del monte ore lavoro in campagna; cose che si traducono in un incremento interessante della produzione lorda vendibile delle aziende agricole. C’è però il rischio che il gatto si morda la coda: questi vini ( peraltro di interessante qualità) devono essere venduti e fatti conoscere sul mercato: non è facile.  Ma qui torna il ruolo della politica, che, pur non dovendosene occupare direttamente, dovrebbe invece farsi carico di agevolare e stimolare i processi di filiera anche sul  versante commerciale.
Considerazione di territorio: i vitigni resistenti sono sì resistenti alle malattie, ma anche molto resilienti nei confronti del clima. Si potrebbero piantare (si piantano!) con buoni risultati produttivi in Scozia, come nelle repubbliche centroasiatiche. E noialtri? Cosa facciamo? Dobbiamo fare quello che già altri fanno: investire sul territorio, sui molti territori dalle molteplici facce.

Quando potremo proporre prodotti assolutamente sostenibili (non uso la parola biologico perché queste varietà vanno oltre una concezione di agricoltura biologica) vettori di marketing territoriale di grande suggesitone, oltre che di interessante reddito per le aziende agricole?

Non me la sento di esprimere giudizi tecnici ed organolettici sui vini assaggiati, credo lo farà fra poco qualcun altro su questo blog; mi limito ad elencarli

IASMA

Bacca bianca

1. F26P013 bacca bianca, incrocio fiano-chadonnay
2. F26P050 bacca bianca, incrocio fiano chardonnay
3. F44P09 bacca bianca, incrocio sirah pinot nero
4. F14P090 bacca bianca, incrocio chardonnay petit nansen
5. F014P091 bacca bianca incrocio moscato pinot nero

Bacca nera

1. F45P137 incrocio sirah pinot nero
2. IASMA ECO1 incrocio teroldego lagrein
3. IASMA ECO2 incrocio teroldego lagrein
4. F42P074 incrocio sangiovese teroldego
5. F26P079 incrocio primitivo teroldego

UNIVERSITÀ DI UDINE CON VIVAI RAUSCEDO

Bacca bianca

1. FLEURTAI incrocio Tocai e 20-3
2. SORELI incrocio Tocai e 20-3
3. SAUVIGNON NEPIS incrocio Sauvignon e bianca
4. SAUVIGNON KRETOS incrocio sauvignon e 20-3
5. SAUVIGNON RITOS incrocio Sauvignon e 20-3

Bacca nera

1. CABERNET EIDOS incrocio Cabernet Sauvignon e bianca
2. CABERNET VOLOS incrocio Cabernet sauvignon e 20-3
3. MERLOT KORUS incrocio Merlot e 20-3
4. MERLOT KANTUS incrocio Merlot e 20-3
5. JULIUS incrocio Regent e 20-3

Una precisazione: le varietà selezionate e brevettate da IASMA sono monospecifiche, comprendono cioè DNA di sole viti vinifera. Quelle dell’università di Udine, invece, sono vitigni interspecifici, frutto di incrocio fra vite vinifera e altre specie di vite.

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