IL BARBARESCO E IL VILIPENDIO DEL TERRITORIO. A TRENTO


E questa volta devo proprio scrivere: “Per fortuna che c’è Roccabruna“.

Nell’asfissiante e fangoso deserto intellettuale in cui si dimena la politica vitivinicola locale, almeno l’Enoteca Provinciale prova ad alzare il tiro e dopo mesi di altrettanto asfissiante e fangoso silenzio propone un’iniziativa di qualità.

In concomitanza con il Festival dell’Economia, il tempio blindato di via SS Trinità, per quattro giorni dal 31 maggio al 3 giugno, proporrà un articolato e ricco panel di degustazione di Barbaresco. Diciannove le aziende selezionate dall’enoteca gemella piemontese. Insomma un’opportunità da non lasciarsi sfuggire per farsi un’idea della declinazione dell’anarchico vitigno in terra di Barbaresco. Certo ci si potrebbe chiedere come mai l’enoteca provinciale del Trentino, proprio quando i riflettori internazionali – e accade raramente – si accendono sulla città del concilio, preferisca mettere in mostra i cavalli di razza piemontesi, anziché quelli trentini. Che non mancano: mi vengono in mente, per esempio, le grandi bottiglie di Rotaliano, che potrebbero senz’altro far ben figurare il vino locale dinnanzi a qualsiasi platea. È la medesima domanda che provai a fare pubblicamente lo scorso anno, quando nelle giornate del Festival della Montagna, il demone maligno che si aggira beffardo per le stanze del Roccabruna, preferì invitare i vignaioli alto atesini  piuttosto di sporcarsi le mani con i vignaioli collettivi (cantine sociali) del Trentino. Ma la domanda, allora, rimase paurosamente senza risposta. Quindi non la reitero più.

Comunque, questa volta tocca al Barbaresco. E con il Barbaresco non si scherza. Quindi lasciamo pure stare i santi. Ma i fanti e le fantesche, quelli no. Quelli si possono, e si devono, crocifiggere. Perché la politica vitivinicola provinciale continua a dimenarsi nel fango dell’indifferenza dolosamente complice e della servile sudditanza agli oligopoli cooperativo – industriali. E si comporta come un micidiale e spietato sicario del territorio.

Sono parole forti e toni degni di miglior causa, ne sono consapevole; ma quali parole usare e quali toni adottare, per esempio, di fronte all’ennesimo scempio compiuto sulla pelle di “Mostra vini del Trentino“, posticipata alla stagione delle sagre di paese (settembre) e consegnata ai professionisti delle feste popolari? Non è questo vilipendio del territorio?

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Informazioni su Cosimo Piovasco di Rondò

Lo pseudonimo collettivo con cui fin dall'inizio sono stati firmati la maggior parte dei post più trucidi e succulenti di Territoriocheresiste. Il nome è un omaggio al protagonista del Barone rampante, il grande capolavoro di Italo Calvino. Cosimo Piovasco, passa tutta la sua vita su un albero per ribellione contro il padre. Da lì, però, guadagna la giusta distanza per osservare e capire la vita e il mondo che scorrono sotto di lui.

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