TOBLINO, DOVE ANCHE SISIFO È FELICE

Il faut imaginer Sisyphe heureux
A. Camus

Pomeriggio d’agosto. Ho battuto la fiacca per un po’: urge una visita in cantina.

Dietro consiglio di Cosimo mi dirigo alla Cantina di Toblino, nella Valle dei Laghi, a un passo dal romanticissimo castello sul lago omonimo.

La cantina è un po’ cantina, un po’ ristorante e wine bar, un po’ enoteca. Moderna e con una luce calda la parte ristorante, l’hostaria, con tanto legno in vista sulle travi del soffitto, sulle pareti e sui tavoli; con vetrate che illuminano l’interno, ma non troppo, perché il tetto in legno prosegue a formare una tettoia e tenere in ombra le bottiglie. Sono le cinque del pomeriggio; circolano taglieri con salumi e affettati e bicchieri di vino e birra. In un angolo si spilla il vino sfuso dalle pompe, sugli scaffali alle pareti ci sono belle etichette da tutt’Italia e dalla Francia, soprattutto dal Trentino ovviamente. Per un ripasso dei grandi formati ci sono Balthazar, Salmanazar, Jeroboam e Magnum di Ferrari.

So che arriverà l’enologo da lì a un po’; mi improvviso mystery shopper e chiedo di degustare i vini in vendita. Organizzano degustazioni su prenotazione; ma se mi interessa provare uno o due vini me li fanno assaggiare volentieri. Sono gentili; il generico wine lover che passa di lì potrebbe però apprezzare una proposta di quattro, cinque assaggi senza formalità o prenotazioni, a un prezzo ragionevole.

Assaggio in questo modo il Nosiola, e il Kerner. Il Nosiola sinceramente non mi impressiona troppo, è un onesto vino di base con qualche nota floreale e fruttata appena accennata. Il Kerner è un bel vino, il profumo è intenso con sentori di erbe aromatiche, fiori bianchi, in bocca è verticale, preciso, un vino di montagna con un’acidità molto fresca, quasi (quasi) acerba.

L’enologo è Lorenzo Tomazzoli. È lì dal 1982 ed è un po’ la memoria storica della cantina, degli esperimenti, dei successi ottenuti quasi per caso o per contaminazione. Come quella volta che decisero di comprare un tino di legno, più per questioni di immagine che per altro, per poi scoprire che nel tino i vini avevano un’evoluzione diversa e migliore.

Adesso di tini ne hanno sei o sette, per alcune produzioni tra le più pregiate. Per le altre produzioni hanno un’infinità di vasche d’acciaio relativamente piccole, così possono vinificare diverse parcelle separatamente (“a metterle insieme si fa sempre a tempo”). E poi, ovviamente, tonneaux e barriques.

Finito il giro in cantina, ci sediamo nell’Hostaria di fronte a un Nosiola, quello che ho già assaggiato e che conferma la valutazione iniziale. Sufficiente, ma non certo un vino da strapparsi i capelli, neanche ad averceli.

Poi comincia lo spettacolo.

Il Largiller è una contaminazione, un “Verdicchio di Nosiola” si potrebbe quasi dire. Nasce da un viaggio di Lorenzo nelle Marche. Sulla strada del ritorno, si è chiesto: ma se noi facessimo invecchiare il Nosiola come si fa con il Verdicchio, che cosa otterremmo? Così, una botte di Nosiola del vigneto Argiller, raccolta con lieve surmaturazione, è stata lasciata in pace per qualche anno e ne è nato il Largiller.

Colpiscono intensità ed eleganza dei profumi. Camomilla, fiori gialli (a me ricorda quelli di elicriso), pompelmo, miele d’acacia. Il legno dà un leggero tocco di vaniglia e di burro; in bocca compaiono mandorle e nocciole. Il sorso è fresco e leggermente sapido.

La Schiava, l’unico rosato della serata, è un’operazione di territorio. Vuole recuperare un vino che era uno dei vini quotidiani in Trentino e che oggi non esiste quasi più. Non è la Schiava pallida ed eterea di certi Kalterersee, è un vino rosato con un colore chiaretto molto intenso, quasi sconfinante verso il rosso rubino. Profumi di frutti rossi, un ricordo di viole, gusto fresco e secco un po’ ammandorlato sul finale.

Il Vino Santo 2003 è ottenuto da uve Nosiola appassite sui graticci, asciugate dall’Ora del Garda, il vento che spira ogni pomeriggio nella valle, e attaccate dalla Botrytis Cinerea che le prosciuga ulteriormente.

Profumi di pesche e albicocche essiccate, frutta tropicale, fichi secchi, confettura e miele. È un vino che, dice Lorenzo, è un fortunato equilibrio di difetti che si compensano tra loro creando un tutto armonico.

E così dicendo, Lorenzo sparisce. Tornerà dopo qualche minuto con una sorpresa: una bottiglia di Vino Santo del 1990, una del 1984 e una del 1971. Aperte qualche giorno prima per un’occasione particolare, ci offrono la possibilità di una verticale. Nel ‘71 ero alle medie inferiori, per dire.

Il Vino Santo del ’90 è ambrato, caldo e rotondo. Ha ancora una bella acidità; il profumo è intenso e avvolgente, la frutta si è evoluta in confettura, si sentono spezie e frutta secca.

Se qualcuno si chiedesse perché la Nosiola si chiama Nosiola, dovrebbe assaggiare l’annata 1984. La nocciola emerge chiaramente, con un complesso di profumi di frutta secca, mandorle e noci.

Il Vino Santo del ’71 è un insieme vellutato e armonico, sontuoso e profondo di profumi, pastoso e quasi grasso in bocca. Di nuovo le nocciole e le spezie, un accenno balsamico e poi uva sultanina, fichi secchi, che emergono pian piano dalla rotondità. Un’esperienza non comune.

La cantina ha a disposizione le annate dal 1965 in poi, per degustazioni ed eventi. Che si possono fare solo in loco, per decisione aziendale, in modo da portare appassionati ed esperti sul territorio, per farlo conoscere e difenderlo. Territorio che resiste, anche al tempo in questo caso.

Uscendo mi viene, chissà perché, da pensare a Camus. L’esistenza gli sarebbe apparsa meno assurda se avesse bevuto Vino Santo del ’71: e ho una mezza idea del perché il suo Sisifo sia felice.

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