NICOLA ZOLLER, MONTAIGNE E QUELLE SERE D’ESTATE CHE SAPEVAN DI VINO E DI SCIENZA


Lo chiamavano “il frate”, il nome di tutta una vita,

segno di una fede perduta, di una vocazione finita.

Lo vedevi arrivare vestito di stracci e stranezza,

mentre la malizia dei bimbi rideva della sua saggezza…

Dopo un bicchiere di vino, con frasi un po’ ironiche e amare,

parlava in tedesco e in latino, parlava di Dio e Schopenhauer.

E parlava, parlava, con me che lo stavo a sentire

mentre la sera d’estate non voleva morire…

Viveva di tutto e di niente, di vino che muove i ricordi,

di carità della gente, di dei e filosofi sordi…

Chiacchiere d’un ubriaco con salti di tempo e di spazio,

storie di sbornie e di amori che non capivano Orazio…

E quelle sere d’estate sapevan di vino e di scienza,

con me che lo stavo a sentire con colta benevolenza.

Ma non ho ancora capito mentre lo stavo a ascoltare

chi fosse a prendere in giro, chi dei due fosse a imparare…

Ma non ho ancora capito, fra risa per donne e per Dio,

se fosse lui il disperato o il disperato son io…

a non ho ancora capito con la mia cultura fasulla

chi avesse capito la vita chi non capisse ancor nulla…

[Il Frate – Francesco Guccini]

Sarà stata colpa della bottiglia di Barolo Chinato (Franco Conterno), sarà stata colpa dei Pink Floyd e dell’invincibile psicagogia di Ummagumma, ma ieri sera la lettura di “Montaigne, addio”  (Nicola Zoller, Quaderni di Lettera – Trento 2019) mi ha fatto tornare in mente questa vecchia canzonetta del Maestrone.

Perché l’autore, il vecchio amico, l’amico di sempre (quello con cui per tutta una vita fingi di litigare), il compagno Nicola Zollersocialista dal 17° anno di età, cosi si legge nella breve nota autobiografica in quarta di copertina -, lo vedo un poco così: come il Frate di Guccini. Un raffinato intellettuale che fra un bicchiere di vino e l’altro, con parole un poco ironiche e un poco amare, si destreggia sottilmente, agilmente e con arguzia fra Schopenhauer e Montaigne. Fra gli amori che non capiscono Orazio e le riflessioni escatologiche.

In questo “Montaigne, addio” Zoller raccoglie gli scritti pubblicati fra il 2013 e il 2018 su Mondoperaio, la storica rivista socialista fondata da Pietro Nenni, tutto quel che resta, o poco meno, della storia centenaria del PSI. Il titolo non deve trarre in inganno. In realtà quello dell’autore più che un addio al filosofo cinquecentesco – a proposito anche lui è un grande bordolese – è un arrivederci. Montaigne, infatti, nella prospettiva dell’autore è, e resta, il paradigma epistemologico. Il suo metodo di ricerca intriso di mitezza e umanesimo, assume nell’interpretazione di Zoller l’intonazione dello scetticismo a lui tanto cara. Lo scetticismo come stile di vita, ma anche come modalità e chiave dell’agire intellettuale.

E allora perché questo addio? Lo spiega l’autore nella prefazione: “… L’addio si riferisce alla nostalgia per le modalità e i contenuti della sua ricerca, sempre problematica e ricca di sapiente incredulità: in tempi di lavaggi dei cervelli e di fake news sarebbe un bell’antidoto. […] Moderno scettico, convinto cioè che non ci siano verità assolute, e quindi pronto a ravvedersi quando necessario, Montaigne ci induce benevolmente ad essere aperti alla rettifica delle nostre convinzioni. Così anche la nostalgia accennata all’inizio – con quell’addio quasi rassegnato a Montaigne – può trasformarsi in una speranza, in un arrivederci: contando di trovare anche nel nostro tempo, come proponeva Norberto Bobbio, il modo di riflettere dubitando, di giudicare con misura, senza abbandonarsi a soluzioni affrettate e alle verità di una parte sola, dunque con spirito critico, con volontà di dialogo, consapevoli della complessità delle cose”.

E così seguendo il paradigma di Montaigne, l’esercizio continuativo del dubbio, della lentezza e del dialogo, Zoller, fra un bicchiere di vino che muove i ricordi e storie d’amore che non capiscono Orazio,  prende per mano il lettore, delicatamente e con misura, e lo porta alla scoperta dei giganti, e meno giganti, del pensiero e della politica moderni e contemporanei: da Rousseau a Lenin, dal santo proibito Antonio Rosmini al testimone di Auschwitz Elie Wiesel, dal filosofo lacaniano Recalcati ai politologi Sartori, Salvati e Zagrebelsky e agli storici Romano e Spiri, da personaggi socialisti come Matteotti, Battisti e Craxi a studiosi riformisti come Latouche, Cohen e Bruno Pellegrino. E così facendo trova occasione per misurarsi con i grandiosi avvenimenti dell’ultimo secolo come la prima guerra mondiale, la rivoluzione bolscevica fino alla liberatoria Primavera di Praga, il complesso Sessantotto e i riemergenti populismi.

“Montaigne, addio”: una lettura obbligata per chi abbia a cuore almeno il tentativo di rannodare il filo di una verità mite e ragionevole, permeabile alla smentita, alla rivisitazione e al ravvedimento. E una lettura agile e rilassante. Quasi più di una meditazione yoga. Sebbene, nel mio caso sicuramente hanno giovato il Barolo e i Pink Floyd.

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