La scelta del Gambero Rosso di premiare quest’anno con i Tre Bicchieri il Vino Santo 2003 della Cantina Toblino si presta a più di qualche riflessione.

Una scelta decisamente azzeccata quella della guida di recensire un’eccellenza del territorio, sia per il profilo organolettico che per la tradizione che lo portato fino ad oggi, dopo aver attraversato la storia trentina e della Valle dei Laghi per almeno 500 anni.

La longevità del Vino Santo, cioè la sua capacità di mantenersi buono per molto tempo, dopo che ne ha impiegato molto per maturare in vigna e in cantina, lo rende testimone del cambiamento dei tempi, in particolare per tutto il comparto vitivinicolo.

Non è stata da meno la premiata annata 2003. Vendemmiata all’inizio del millennio, la Nosiola intraprese la lunga lavorazione tra l’entusiasmo dei produttori che riponevano in questo emblema, non certo la speranza di un business astronomico, quanto piuttosto l’orgoglio di proseguire una tradizione autentica che ha permesso alle terre dei Madruzzo di distinguersi tra i vini da ricordare.

Così in quell’autunno vennero stese sulle arele alcune centinaia di quintali di uva, pochissima rispetto alle produzioni complessive, ma pur sempre una massa critica che consentiva al Vino Santo di esserci. Esserci per venire goduto ed ammirato da vicini e lontani, che pure lo continuano a confondere con altri tipi di Vin Santo.

Quelli erano gli anni in cui, consolidata la Mostra del Nosiola del Comitato Valle dei Laghi guidato dal visionario Giuseppe Morelli, si erano recuperate le produzioni in commercio e le glorie del passato, testimoniate dai riconoscimenti ottenuti in simposi internazionali fin dall’inizio del 1900. Convegni, degustazioni e riti portati avanti da tanta gente del posto per la valorizzazione del territorio.

Quelli erano gli anni in cui nacquero relazioni e momenti di scambio che suggerirono di provare i nuovi incroci di Rebo Rigotti, fra i quali il Rebo e il Goldtraminer, facendo partire dai vigneti della Valle dei Laghi interessanti innovazioni.

Quelli erano gli anni in cui si voleva andare oltre e così, nati i Vignaioli del Vino Santo, con Carlo Filiberto Bleggi si lanciò Dulcenda, aggiungendo alle rassegne enologiche del territorio una nuova finestra sul panorama internazionale.

Erano anche gli anni in cui si proponeva per la prima volta il riconoscimento del particolare pregio del Vino Santo mediante l’istituzione di una specifica DOCG.

Ed erano quelli gli anni dove partiva convintamente il turismo del vino in Valle con importanti investimenti, soprattutto in Cantina Toblino.

Oggi, dopo 15 anni, il Vino Santo 2003 uscito dalla sua botte non trova più nulla di tutto questo. Praticamente sparito dalle arele in appassimento, ogni anno vede diminuire la sua commercializzazione; come dimenticato; una condizione esattamente opposta a quella che si verificò negli anni Sessanta, quando invece si seppe in maniera lungimirante, salvarlo dall’estinzione. Alla stessa maniera appaiono dimenticati gli sforzi di tutti gli operatori, enologi e viticoltori, che con caparbio entusiasmo cercano una nuova valorizzazione anche organolettica di questo autoctono.

Infatti il comparto non riesce a trovare una quadra per una possibile DOCG ed il turismo del vino sta viaggiando su un binario morto, senza aver imparato nulla da chi in Valle molti anni fa ne ha costruito un mito.

Eppure il Vino Santo 2003 viene incoronato da inconsapevoli brand ambassador che con silenziosi post sui social cercano di farsi sentire nel rumore della rete. Ma non ha più una occasione “vera”, un appuntamento annuale per essere decantato tra i suoi laghi.

Di conseguenza questa tradizione è sempre più dimenticata anche dalla popolazione che non è più coinvolta nelle storiche manifestazioni (Mostra del Nosiola, Dulcenda, ecc..), soppiantate da quel Divin Nosiola a cui importa poco il territorio della Valle dei Laghi, zeppo come è di corse ciclistiche, podistiche e merende con la Nosiola solo di facciata. Un serio dibattito sulla Nosiola, sul Nosiola vino e sul Vino Santo son anni che non si fa più.

Ogni epoca con i suoi costumi esprime la promozione che più attrae la gente e la fa parlare. Costante Roncher, produttore di Vino Santo di Cavedine, nei primi decenni dello scorso secolo si era inventato di fare i carri al Carnevale di Arco. Giacomo Sommadossi di Castel Toblino a fine ottocento lo aveva presentato a Sidney. Giuseppe Morelli ed i suoi si sono spesi tra gli anni Settanta ed il Duemila per inventare la Valle dei Laghi ed i suoi prodotti.

E oggi?

Oggi il maggiore produttore di Vino Santo è impegnato in un percorso di managerializzazione aziendale senza precedenti, mentre il Vino Santo, e quello che potrebbe rappresentare, resta emarginato sullo sfondo.

In stagioni molto recenti la governance della Cantina di Toblino ha avuto la possibilità di guidare le sorti dell’intero comparto vitivinicolo provinciale, reggendone il timone nelle sedi che contano, ma oggi non pare essere più così.

Quando saranno esaurite le esigue scorte di vecchio Vino Santo da medaglia bisognerà aver pronto qualcosa di nuovo da raccontare alla gente e, a monte, qualcosa di appassionante per motivare anche i viticoltori.

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