Cento quaranta milioni di fatturato prodotti da 6500 ettari di vigneto coltivato da 2200 soci a cui vengono distribuiti compensi per circa 14 mila euro ettaro. È l’identikit della cantinona cooperativa di Soave. Sul settimanale diocesano Vita Trentina di un mese fa, ma mi è capitata in mano solo oggi pomeriggio, il decano dei giornalisti rurali trentini, Sergio Ferrari, nel dare la notizia dell’imminente arrivo alla direzione generale del giovane di rango e di razza Wolfang Reifer, raccontava un piccolo – grande aneddoto, di cui il Trentino dovrebbe andare fiero, ma che allo stesso tempo dovrebbe far riflettere politici, cooperatori e uomini e donne del vino locale: dietro lo strepitoso successo di Soave c’è, e c’è stata, una mano trentina. Anzi di mani ce ne sono state otto.
Il giovane Reifer, infatti succede a Bruno Trentini, direttore dal 2002, mentre nei dieci anni precedenti era stato alla vicedirezione. Prima di lui, sempre al vertice, un altro trentino: Franco Roncador, che era arrivò in Veneto nel 1981, dopo aver maturato una lunga esperienza in Casa Girelli. Prima ancora, ma in questo caso alla direzione tecnica, dagli anni Sessanta in avanti c’era stato un altro enologo di casa nostra: Paolo Menapace. E lo stesso ruolo, e fino ad oggi, lo ha ricoperto Filippo Pedron. Insomma, il titolo di Vita TrentinaParlano trentino i vini di Soave”, appare azzeccato come non mai.

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