In altri tempi dopo il post di Cosimo sul matrimonio maledetto (LaVis/Cavit) si sarebbe scatenato un finimondo, invece niente. Evidentemente i nostri sodali si sentono financo carini nel non infierire sui pochi “giapponesi” non rassegnati ad una guerra finita da tempo e a questo matrimonio(?) riparatore o di convenienza, non certo d’amore per il territorio. Quindi da maledire fin dalla sua genesi.

Ammutoliti i nostri sodali e normalizzata sul tema anche la stampa quotidiana. Solo la notizia, poche righe di plauso, nessuna di critica. E strabismo quando si evidenzia che  LaVis si è lasciata la crisi alle spalle pronta a nuovi fulgidi traguardi, grazie anche alle banche che si accontentano della metà dei crediti (sic!).

In effetti è Cavit che ha fatto bingo: con poco ha preso molto. Molto di materiale e ancor più di immateriale. Non solo brand piuttosto solidi e comunque di buona prospettiva, ma anche un competitor in meno e soprattutto un grande sconfitto in più che è l’altro oligopolista. Mezzacorona infatti, non ha mai nascosto il fastidio per LaVis, sia quando da terzo polo erodeva quote di mercato sgomitando non poco, sia dopo il ruzzolone quando cercava appigli per rialzarsi. Il gruppo rotaliano non è mai stato alternativo all’ipotesi Cavit, tanto diversi sono i due modelli. Negli anni è stata la loro autoreferenzialità e certa stampa a dipingerli più tosti di quello che erano, così da farli assomigliare al consorzio di Ravina. Mezzacorona ha ideato il modello, Cavit lo ha realizzato appieno.

Alla fine del 2019 la situazione dunque è questa: due oligopoli che si dividono oltre il 90% del vigneto trentino, un terzo oligopolio sullo sfondo per la spumantistica e un arcipelago di vignaioli singoli aggrappati a ciò che resta del territorio: un cadavere (poco) eccellente.

La questione, anche della nostra contrarietà a questo modello, ruota appunto attorno al territorio, alla visione di territorio e alla sua gestione.

In nessun Continente, in nessun Paese che produca uve per vini di qualità  c’è mai stato, né c’è, un sistema che poggi su un monopolio o un paio d’oligopoli, quasi fosse una contraddizione in termini. Unica eccezione il Trentino, in Italia, in Europa.

Certo, solo qui la cooperazione è così antica, solo qui  – prima che altrove – questa ha inteso che il modello orizzontale (una testa, un voto) andava verticalizzato (tutti i voti a sostegno della testa pensante), solo qui ha beneficiato per decenni del supporto politico-economico dell’Autonomia, solo qui… solo qui. Ma non basta per intestarsi un nuovo e originale capitolo nel grande libro dell’economia, perché troppe ancora sono le aree grigie, troppe le variabili indipendenti dalla volontà dei pur solidi oligopoli prima di poter dire che un modello che reggere nel tempo.

Pare già di sentirli i sostenitori: quando capiterà qualcosa di storto, prenderemo i dovuti provvedimenti.

Ecco, non per gufare, ma guardandosi intorno sui mercati di riferimento i CdA e il management non dovrebbero starsene tranquilli: ogni giorno nasce un Trump, un WTO, un BoJo, uno Xi, un Macron o una UE in grado di mescolare le carte.

Allora, a che partita giochiamo? Esiste un piano B?

Il piano B si chiama territorio; valorizzazione del territorio.

Intendiamoci bene: se il piano B è quello che si tira fuori dal cassetto come rimedio al piano A qualora andasse in crisi, non ci saremmo capiti. Allora per evitare equivoci chiamiamolo Piano Alfa, perché deve essere alternativo al Piano A, non un suo rimedio, per il semplice motivo che un piano territoriale va costruito nel tempo e non può essere pronto in caso di evenienza. È tutta la filiera che va pazientemente adeguata, rimuovendo dal primo posto la redditività del sistema issando in cima valori più alti, quelli che lasceremo in eredità ai posteri. Altro è l’interesse primario del management.

Orbene, tornando a bomba, se i vertici di LaVis tirano un sospiro di sollievo (e con loro anche i soci), e gli stessi vertici spiegano che “dentro Cavit potremo tornare a valorizzare al meglio i prodotti dei nostri soci … e continueremo a mantenere la nostra autonomia come cantina di primo grado confrontandoci con Cavit sulla commercializzazione dei prodotti”  il punto dirimente è questo.

Perché nessuno ha approfondito questo aspetto? Perché nessun giornalista (a parte uno, subito zittito) ha preteso chiarezza su questa prospettiva che è la prospettiva se vogliamo parlare di tutela e valorizzazione del territorio?

Per dire: se fosse vero che da parte di Cavit ci sia una sincera convinzione che – dominando la maggioranza del vigneto trentino – sia doveroso contestualmente dar corso e sostenere quello che sopra abbiamo chiamato piano Alfa, fosse vero questo dicevamo, dovrebbero gioire anche Cantine di primo grado come Trento, Mezzolombardo e Toblinoche tenacemente continuano a difendere la commercializzazione dei loro ottimi vini con i loro marchi. Invece sembrano costrette a star zitte, non sia mai che l’appetito oligopolista non le metta nel mirino e…

In conclusione, se non sarà Cavit a dirci presto dove vuole portare il Trentino vitivinicolo prossimo venturo, dovremo pazientare ancora e aspettare gli eventi.

Sicuri di alcune cose: che dalla Giunta provinciale non verrà alcun indirizzo e nemmeno da Federcoop, né da FEM, né dai sindacati, né da Enti e Associazioni e nemmeno dalla stampa agricola, come si è visto.

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