PAOLO MANFRINI E L’IDEA DELLA GRANDE BELLEZZA

(ANSA) – TRENTO, 10 LUG – E’ morto all’età di 68 anni Paolo Manfrini, fondatore del Festival Oriente Occidente e ideatore di numerose iniziative e manifestazioni culturali fra cui “I suoni delle Dolomiti” e “Se in Trentino d’Estate un Castello”. (continua su agenzia Ansa)

Lo incontrai l’ultima volta un paio di anni fa ad uno spettacolo di Oriente – Occidente, una delle sue tante creature che hanno contribuito a sprovincializzare  il Trentino, a guidarlo nell’incontro difficile con la contemporaneità.
La malattia aveva cominciato a morderlo nelle carni già da qualche tempo. E si vedeva. Ma non aveva intaccata la sua intelligenza. Lucida, acuta, astuta, visionaria. Disincantata, dietro il velo di quel sorriso ambiguamente sospeso fra la gentilezza e l’ironia che lo accompagnava da sempre.
Anche quella volta per me, che non distinguo un passo di danza da un lampadario, fu una lezione. Un momento di apprendimento. Mi spiegò, mi istruì, mi invitò a lasciarmi andare all’intuizione della bellezza. Poi parlammo d’altro, come sempre. Di vino, di politica, di marketing turistico. Di giornalismo. E ancora una volta fu una lezione.
Paolo era una delle poche persone che riuscivano, quasi sempre, a farmi cambiare idea. Ci dividevano tante cose: per tanto tempo lo avevo preso di mira e lo avevo crocifisso al suo ruolo di primo piano (prima a capo dell’Ufficio stampa, poi delle Relazioni esterne, e poi ancora direttore generale e infine amministratore unico) ln Trentino Marketing; la gran madre di tutte le markette come la definivo in quegli anni con una buona dose di spietata (e forse ingiusta) crudeltà che inevitabilmente finiva per aggredire anche lui. Allora gliele suonavo un giorno sì e l’altro anche. E tuttavia da lui non ricevetti mai un riprovero. Perché sapeva che questo era il gioco delle parti. E ne rispettava le regole. E i ruoli. E anche la brutalità che talvolta ne scaturiva e lo lambiva.
Ogni volta che ci incontravamo, ed erano incontri lunghi e di solito annaffiati dal vino – come quella volta di ritorno da un convegno in Valpolicella quando tirammo mattina  fra i locali modaioli del Garda; io e lui, confusi fra ragazzi che ballavano e pomiciavano, a discutere fino allo stordimento di territorio e di identità -, capivo che stavo imparando qualcosa. Che nel dialogo le mie opinioni cambiavano. E io con esse.
Perché Paolo sapeva argomentare. E argomentava con argomenti solidi e persuasivi. Convincenti. Perché era prima tutto un intellettuale. Un intellettuale prestato al giornalismo, prestato alla politica, prestato alla pubblica amministrazione, prestato al marketing. Ma continuava ad essere un intellettuale. Raffinato e colto. Per niente accademico. Era nato giornalista e aveva attraversato la politica,  da protagonista e da sottile suggeritore, dalle infatuazioni giovanili per l’estremismo di sinistra fino al partito socialista degli anni Ottanta. Ma era prima di tutto un uomo di cultura. Ed era un uomo sensibile. Alla bellezza del pensiero. Ne conosceva la forza dirompente e rivoluzionaria. E la usava per cambiare la realtà e il mondo. Dal di dentro. Da dentro la società e da dentro gli apparati. Che conosceva benissimo e che aveva imparato ad usare con pragmatismo come uno strumento a sua disposizione per dare corpo e concretezza al sogno visionario e appassionato di un Trentino più bello. Più competitivo. E più contemporaneo. Il suo sogno. Il sogno di Paolo Manfrini.


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