pinot grigio

Dopo i due post pubblicati nelle scorse settimane (Cosa fare dopo il Pinot Grigio? – Un po’ di storia – Cosa fare dopo il Pinot Grigio? L’attualità), oggi una riflessione sul futuro della vitienologia trentina. Quali possibilità? Dopo l’analisi storica e le considerazioni sulla realtà attuale, non resta che tentare una risposta possibile al quesito posto. La soluzione del problema

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Dopo il post pubblicato la scorsa settimana – Cosa fare dopo il Pinot Grigio? – Un po’ di storia (1) -, oggi una riflessione sul presente della vitienologia trentina. Il lungo excursus storico è stato necessario per affrontare l’intrigante quesito posto dal titolo, ovvero se vi sia, oggi, la possibilità di garantire ulteriore sviluppo basandosi sulla coltivazione delle tipiche varietà

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Mentre nel vigneto trentino si ripropone il Pinot grigio come varietà su cui puntare sfumando anche sullo Chardonnay che attende un serio programma di rilancio almeno con la denominazione Trento ed in attesa delle risposte delle due Commissioni provinciali che non verranno prima dell’estate, tentiamo qui noi ora, in tre puntate, di dare qualche elemento di riflessione per un territorio

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Nella top ten dei vini più venduti nella grande distribuzione italiana, compaiono anche tre etichette trentine. Una per ogni tipologia (rosso, bianco, spumante). Tre bottiglie per tre diversi industriali del vino della nostra provincia: Ferrari, Mezzacorona e Cavìt. I numeri sono quelli forniti dalla società di rilevamento Symphony Iri (agosto 2011), rilanciati ieri pomeriggio dal quotidiano on line Tre Bicchieri.

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Il sole acceca stamattina, anche in piazzetta. Un anticipo d’estate, quasi. Si sta bene seduti ai tavoli all’aperto dell’osteria, un clima da mezze maniche. Insolito, ad Ala, in questa stagione. Da dietro i vecchi ray-ban che mi porto appresso da una vita, sfoglio la mazzetta dei giornali. Svogliatamente. Come sempre. Ma stamattina più del solito. Del resto arrivo da una di quelle notti bastarde trascorse con un paio di vecchi amici. Solite notizie, a cui ormai siamo abituati: tanto estero, i bagliori della rivoluzione magrebina di cui mi pare, come molti, di aver capito davvero poco. Gli strilli deliranti di un vecchio colonnello in declino, che spara sul suo popolo e bombarda le piazze del suo Paese. Oggi arriva perfino a minacciare invasioni epocali al di là da quella tinozza d’acqua che è il nostro mediterraneo. Ma quale fosse il tenore del personaggio lo si capiva già trent’anni fa. Basta rileggersi l’istruttiva intervista che Oriana Fallaci fece al rais sul finire degli anni Settanta e che il Corrierone ha ripubblicato qualche settimana fa. E poi ancora una brutta storiaccia …
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