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[Il piccolo PrincipePaola Attanasio]

Qualche giorno fa, fra un post e l’altro ho lasciato un commento in cui alludevo alle virtù della classe politica (trentina), se paragonata alla mediocrità della società civile (trentina). Qualcuno ha ironizzato, facendo balenare lo spettro peloso della campagna elettorale che abbiamo alle porte (27 ottobre). Ci torno su e provo a fare un paio di esempi. Di politica virtuosa e di società (in)civile mediocre.

L’altro giorno l’assessore comunitario (Comunità della Vallagarina) Marta Baldessarini si è dimessa dalla vicepresidenza di un’agenzia pubblica. Motivo? Dare un segno, un segno partigiano, un segno semanticamente significativo, un segno visibile della sua distanza politica, umana e culturale, da chi ancora si fa disinvoltamente interprete e promozionatore della macelleria mercificatoria consumata sulla pelle delle donne; l’assessora Marta Baldessarini, con coerenza e con coraggio, si è rifiutata di accodarsi, e quindi si è dimessa, alla carovana plaudente delle blasfeme madonne pellegrine di Miss Italia, scaraventate dalla furia machista sotto la cupola del povero Mart, ridotto ormai a palcoscenico delle sagre strapaesane della roveretanità in declino. Mi è sembrato, mi sembra, questo, il segno di una società politica virtuosa.

Altro esempio, e qui torno in ambiti, quelli del vino, che mi sono più familiari. Da qualche mese l’unico spazio libero, competente e autorevole, che in questi anni ha presidiato costantemente il mondo del vino trentino in rete, ha spento la luce. Il 18 aprile 2013, data dell’ultimo post-epitaffio, L’Osservatorio del Vino, blog-diario di Primo Oratore (Giorgio Cestari), è morto. E nessuno, pare se ne sia accorto. Pazienza se in Trentino nessuno ha fatto una piega quando, il mese scorso, Trentino Wine Blog si è messo volontariamente il bavaglio. Pazienza: questo blog non ha mai avuta l’ambizione di fare scuola né di diventare riferimento per alcuno: “Non voglio discepoli, non parlo in nome degli uomini, né in nome degli dei. Sono solo e non mi lamento di esserlo”. Mi ritrovo perfettamente nelle parole che Emil Cioran scriveva nel secolo scorso.

Ma che nessuno faccia una piega, abbia fatta una piega, di fronte al silenzio accusatorio di Primo Oratore, questo, lasciatemelo dire, mi induce alla cupezza del pessimismo. Perché questo silenzio assordante racconta di una società civile, quella del vino trentino, abitata da produttori e da consumatori ingrati e indifferenti. Indifferenti alle parole e alla politica. Indifferenti alla competenza e alla passione di chi, come Primo Oratore, in questi anni si è speso per provare a diffondere e a popolarizzare la cultura del vino in Trentino. Ora questo piccolo faro, questa preziosa bussola, non c’è più. E nessuno sembra fottersene una beatissima minchia. Si vede che in Trentino non è ancora giunta l’ora dell’assalto armato al paradiso. Forse è arrivato il tempo, al contrario, della resa e della capitolazione. O forse è ora e tempo di fare le valigie e di cambiare aria.

Concludo queste sconsolate note domenicali, con il suggerimento di un paio di bottiglie. Ieri, fra le altre, mi sono capitati fra le mani, anzi in bocca, due Metodo Classico di grande valore. Entrambi prodotti in Trentino, il primo spumantizzato da un piccolo produttore indipendente, che sta fuori sia dalla denominazione TRENTO sia dal marchio commerciale TRENTODOC, il secondo, invece, un perfetto prodotto trentodocchista da manuale.

La prima bottiglia si chiama Tananai: mai nome più incomprensibile e inadeguato, secondo me, fu coniato per un Metodo Classico: in dialetto, almeno quello delle mie zone, questa parola allude al disordine e al chiasso. Esattamente il contrario di quanto accade dentro questa bottiglia. Ma lasciamo stare le parole e andiamo al sodo. Il produttore è Borgo dei Posseri, piccola azienda lagarina lungo la Valle dei Ronchi ad Ala, a circa 600 metri di altitudine. Vendemmia 2007 e sboccatura 2011, solidissima cuvée a prevalenza Chardonnay, con una componente di Pinot Noir, dosata al limite fra il Brut e l’Extra Brut. A due anni dalla sboccatura la bottiglia regge ancora da far paura. Il naso è un avventura esotica, che passa da un gradevolissimo sentore di anguria e melone, fino alla frutta esotica e tropicale. In bocca le sensazioni si ripetono e prendono forma e struttura, con estrema disinvoltura. Se qualcuno ha voglia di immaginarsi spiagge esotiche, ombrelloni, albe e tramonti sul mare, questa è la bottiglia che fa per lui.

Insomma, è l’idea di un metodo classico brillante e luminoso, colorato e spumeggiante. Un’interpretazione dell’uva di montagna che va nella direzione opposta e contraria rispetto a quella di chi attribuisce all’altitudine il valore e la suggestione dell’austerità e del rigore. Personalmente, si sarà capito, preferisco le interpretazioni balneari e colorate. Ieri ho anche telefonato al produttore per complimentarmi con lui. E così ho scoperto con dispiacere che quest’annata (2007) è ormai in esaurimento, e che quella successiva – il 2008 -, è tutta un’altra cosa. Per il 2007, comunque, sono pronto a mettere la mano sul fuoco. Se volete provare l’avventura e l’emozione della montagna che incontra la leggerezza caleidoscopica del mare, Tananai (2007) è la bottiglia perfetta.

L’altra bottiglia di ieri è Morus – Cantina Sociale di Mori Colli Zugna. Anche in questo caso siamo in zona Extra Brut, con una cuvée fuoriclasse di Chardonnay e Pinot Noir. Trentasei mesi di lieviti e sboccatura aprile 2013. Prima di ieri lo avevo assaggiato già un paio di volte. La prima, immediatamente dopo il degorgement di primavera, e lo dissi subito, mi parve piuttosto disordinato, soprattutto al naso. Un paio di mesi dopo, cominciai ad apprezzare la costruzione champagnosa di una bottiglia in evoluzione, ma già molto strutturata. Ieri pomeriggio, lo ho assaggiato (bevuto) di nuovo. Non me ne voglia il suo creatore, Luciano Tranquillini – enologo di razza appartenente a quella generazione di enotecnici trentini sui cinquant’anni che, nonostante tutto, stanno dimostrando di saperci fare alla grande -, se paragono questa bottiglia ai grandi esercizi di stile di Leonello Letrari, che per me resta il Pontifex Maximus, e ultimo termine di paragone definitivo, di questo genere di vino.

Come nelle bottiglie di Leonello, anche in Morus prevale l’estetica della ricercatezza e dell’eleganza; un naso tutto crema pasticcera e velluto saporoso. Da questa bottiglia traspare l’idea e l’ambizione della solennità, la solennità di un vino che può accompagnarsi con estrema versatilità a tutto il pasto, ritagliandosi un ruolo da principe e da istrione della tavola. Se Tananai, di cui ho parlato prima, mi pare perfetto per gli aperitivi da spiaggia esotica (e magari erotica), questo invece è un vino che può reggere, anzi che regge, un lungo pranzo e una lunga cena. Impastato di morbidezze per niente ruffiane, ipnotizza per il suo naso, che poi diventa bocca, armoniosamente ed elegantemente costruito sull’idea di un vino spumante da grande cerimonia e capace di reggere agevolmente la prova del tempo E’ un’estasi cremosa fin dal primo lungo sbuffo sotto il naso, come fare una passeggiata davanti alle vetrine dei grandi maestri pasticceri napoletani.

Insomma, per dirla tutta, ieri me la sono passata bene. Con queste due bottiglie a cui do voto 9/10, ma solo per non strafare. Due bottiglie che insieme rappresentano la straordinaria creatività, il talento, la fantasia e il pluralismo dei metodoclassisti trentini. Che, forse, si meriterebbero di essere più conosciuti. E più valorizzati. Ma questo è un altro discorso.

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