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di Angelo Rossi – Confesso che del movimento dei forconi ho capito poco, se non che è nato dal mondo agricolo e che è stato fagocitato da altri comparti economici in crisi, ossia da quasi tutti. Tra politici che non hanno rispettato i nostri agricoltori e quote latte non rispettate, non saprei chi buttare prima dalla torre. O meglio, lo so benissimo, ma non è questo il discorso. M’interessa il forcone come simbolo del malcontento e della rivolta contadina che dalle nostre parti ebbero ragion d’essere già 5 secoli fa con la “Guerra rustica” scoppiata poco prima del Concilio tridentino. Le ragioni, allora, erano un po’ più gravi di quelle d’oggi, ma il forcone era lo stesso. Un altro forcone a foggia di tridente sta ancor oggi in mano al Nettuno di Piazza Battisti a Rovereto e di Piazza Duomo a Trento. Il tridente, quindi, come simbolo della città in ricordo di Tridentum e del suo territorio. Fra gli altri, lo assunsero come marchio distintivo anche i distillatori aderenti all’Istituto Tutela Grappa del Trentino, attivo fin dal dopoguerra. Lo si trova ancora sul collo di diverse bottiglie a rappresentare sicura origine e qualità certificata dal Laboratorio di San Michele. Un simbolo al posto del nome dell’origine che non tardò a creare un qualche conflitto con i produttori vinicoli che in quegli anni avevano maturato la convinzione che gli sforzi promozionali dovessero concentrarsi sul nome “Trentino”. Non fu certo una guerra rustica, ma quando le indagini demoscopiche “milanesi” decretarono che la forca del tridente sulle bottiglie evocava solo dolore e sangue nell’immaginario collettivo, ci volle la caparbietà dei distillatori per continuare, ciononostante, con la reclamizzazione del tridente. Non si sa da che parte penda la bilancia del conto investimenti/benefici. Vero è che le distillerie hanno continuato a produrre le migliori grappe d’Italia, con o senza marchio, sfruttando l’appassionata competenza del supporto tecnico-scientifico dell’Istituto di San Michele. Fra i tanti, in quel complesso, indimenticato rimane il compianto Giuseppe Versini non a caso evocato l’altra sera, durante il convivio natalizio degli enologi trentini. L’occasione si è presentata per l’assegnazione del riconoscimento, stavolta alla carriera, ad Arrigo Pisoni, mastro distillatore e non solo. La sezione trentina dell’Ass. Enologi Enotecnici, infatti, premia ogni anno la figura che più di altre si è distinta per la crescita e la qualificazione professionale della categoria ed Arrigo ha speso una vita in questa direzione anche come colonna dell’Unione Diplomati di San Michele. Al di là del marchio del Tridente che è stata e rimane una delle sue battaglie preferite, non c’è campo in agricoltura che non lo abbia visto entusiasta primo attore: dalla vitivinicoltura (vini bianchi e rossi, Vino Santo compreso) alla spumantistica classica, dove compete con i migliori, alle innovazioni in distilleria (infusi e monovitigni, fino alla grappa al cioccolato), per lambire anche la frutticoltura e l’olivicoltura. Favorito in ciò dal felice habitat dell’azienda di Pergolese Sarche, in Val dei Laghi. Non è un caso che la foglia d’oro del premio sia quella della Nosiola, come non è un caso che il lungo elenco delle virtù di Arrigo Pisoni, l’altra sera, sia iniziato con il ricordo delle sue 24 Marcialonghe sugli sci da fondo. Lunghe galoppate, ma giusto il tempo per pensare a cosa fare dopo la gara, mentre il figlio Stefano gli guarda le spalle.