donne vino potere uominiQuesta mattina una vecchia amica, che è anche una collega a cui devo molto, mi ha rimproverato. “Non mi piace il tuo modo di comunicare il vino – ha esordito -, non mi piace quello che scrivi sul blog e come lo scrivi. Ti occupi di vino come fanno i maschi che parlano solo ai maschi. Non sai parlare alle donne, anzi le allontani. Le donne vogliono leggerezza e atmosfere fashion. Vorrebbero sentirsi in salotto. Tu invece sei pesante – ha concluso -; pesantissimo. Parli di vino come parli di politica. Sei una palla”.

Mi sono sentito un machista vinicolo. Sta di fatto che non le ho saputo rispondere adeguatamente, con adeguate argomentazioni. Però non saprei cos’altro fare, come altro fare – quindi accetto suggerimenti -, per essere più friendly con il mondo femminile. So solo che non mi piacciono il vino-mito, il vino-fashion e il vino status symbol e, come ormai è arcinoto, detesto anche il tacco 12: preferisco gli anfibi e gli scarponi, almeno quando si parla di vino. Sì, perché penso che, alla fin fine, il vino sia solo due grappoli d’uva. Due cazzo di grappoli d’uva, dietro a cui ci sono lavoro di contadini, fatica di uomini e sudore di donne. Ma anche tante altre cose: politica, economia e potere. E pensando così, mi riesce difficile comunicare il vino in maniera diversa da come ho fatto fino ad oggi. Però ho promesso alla mia collega, e amica, che ci penserò, che proverò a pensarci. E a cambiare. Forse.

Intanto, a proposito di donne e di vino (e di lavoro), mi è venuta in mente una vecchia storia, che è anche lo spaccato di un’epoca (forse) passata. Me la raccontò, tempo fa, poco prima di morire, un caro amico enologo, molto più anziano di me. Una sera mentre chiacchieravamo amabilmente del più e del meno, fra un bicchiere e l’altro di Champagne, il discorso scivolò irrimediabilmente, i vecchi sono fatti così, sulla stagione della sua giovinezza.

Era il secondo dopoguerra, metà anni Cinquanta. Il suo
primo incarico, lui era trentino, fu in una grande cantina del Veneto, che stava affrontando la ricostruzione, ma che non aveva ancora superato la povertà e la fame di lavoro. Mi raccontò di come avveniva, allora, in quella grande cantina industriale il reclutamento della manodopera femminile, impiegata nel riempimento di damigiane, perché soprattutto quello, anzi quasi solo quello, era il mercato di allora. Altro che vino mito e vino fashion. E vino status symbol.

Ero lì da qualche tempo – cominciò a raccontarmi il mio amico, ricordando quegli anni – e un giorno mi fu affidato l’incarico di selezionare il personale stagionale da assumere. Chiesi al capo enologo su quale base e con quali criteri avessi dovuto decidere. Ogni mattina davanti ai cancelli si presentavano decine di ragazze accompagnate dalle madri, in cerca di un lavoro pagato una miseria, ma pur sempre pagato qualcosa. Il mio capo, mi rispose così: tu assicurati che le sia regolade”. Ancora oggi nel dialetto di Trento quest’espressione indica le qualità di una persona per bene, di una persona a posto o di una persona vestita in maniera decorosa. Una persona ordinata.

Il mio vecchio amico, mi raccontò del suo stupore di allora. Mi disse: “Ero giovane e ingenuo, arrivavo dalle campagne bacchettone e pudiche di Trento e non capivo. Allora tornai a chiedere: mi si rispose brutalmente che nel gergo delle campagne venete quell’espressione significava solo una cosa: dovevano essere assunte solo le ragazze disponibili a subire, senza reagire, le violente “attenzioni”, chiamiamole così, degli uomini di cantina. Non dovevano essere fidanzate – perché un fidanzato può essere geloso e combinare qualche guaio, mi fu spiegato – ma soprattutto dovevano provenire da famiglie così umili e umiliate da non avere il coraggio di ribellarsi allo stupro di massa che quotidianamente si consumava, a rotazione, fra le mura vinose e violente di quella cantina. Le madri sapevano e loro malgrado erano complici. Era la fame e l’umiliazione”. Regolade: donne merce che non dovevano turbare il violento potere maschilista nei luoghi di lavoro.

Racconto questa storia, che è anche uno spaccato del mondo del lavoro femminile nel nord est del dopoguerra, per dire alla mia cara amica e collega, che dietro ad un bicchiere di vino spesso ci sono anche realtà, vicende, storie come queste. E che storie come queste ci sono, almeno metaforicamente (speriamo solo metaforicamente), anche oggi. Perché il vino è soprattutto lavoro e potere. Non un salotto fashion. Né, tanto meno, un tacco12. 

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